Correva l’anno 1605. In un paesino affacciato sulle rive del Lago Maggiore viveva un
pescatore di nome Antonio Binda, conosciuto da tutti come “Tugnin”. Uomo onesto, benvoluto, di quelli che non si tirano mai indietro davanti al lavoro. Ogni mattina scendeva al lago, portava a termine i suoi compiti, e per anni nessuna stranezza aveva mai turbato la sua routine.

Finché, una mattina di maggio, qualcosa cambiò. Da quel giorno, racconta la
leggenda tramandata nel Varesotto, la vita di Tugnin non fu più la stessa…

La leggenda

Il pescatore cominciò a notare che la sua barca, lasciata legata alla riva la sera, al
mattino appariva spostata, ormeggiata al contrario, come se qualcuno l’avesse usata durante la notte. Decise di vederci chiaro. Una notte legò il proprio cane alla barca, certo che gli avrebbe segnalato qualsiasi intruso, e si nascose lì vicino, tra l’erba alta, per osservare.

La luna era piena, la visibilità ottima. Tugnin era sicuro che non gli sarebbe sfuggito
nulla. Ma quello che vide lo lasciò senza parole: tre figure avvolte in lunghi mantelli neri, i volti nascosti da ampi cappucci, si avvicinarono alla barca. Con un gesto della mano, misero il suo cane a dormire, senza che l’animale emettesse un solo guaito. Poi, leggere come ombre, salirono a bordo e si addentrarono nel lago, silenziose. Solo all’alba la barca fece ritorno, e le tre figure, con la stessa discrezione con cui erano arrivate, scomparvero.

Tugnin aveva sentito storie di streghe fin da bambino, racconti a cui non aveva mai
dato peso. Ma quella notte capì di trovarsi davanti a qualcosa che andava oltre la
ragione. Decise di rivolgersi al prete del paese, che ascoltò il suo racconto senza
metterlo in dubbio. Insieme escogitarono uno stratagemma: il sacerdote fece
stendere una striscia di sale spesso sulla soglia della chiesa.

Le superstizioni

La domenica successiva, quando le campane chiamarono il paese alla messa, tutti gli abitanti attraversarono la soglia senza il minimo problema — bambini compresi, che ci giocarono sopra senza pensarci due volte. Tutti tranne tre donne, giovani, di buona famiglia, mai sospettate di nulla da nessuno. Le tre si trovarono bloccate davanti alla porta, come fermate da un muro invisibile.

Da lì in avanti la storia prende la piega, purtroppo tipica per l’epoca, della caccia alle streghe: arrivò l’inquisitore, le tre donne furono catturate e sottoposte a
interrogatori e torture
, fino a strappare loro una confessione.

Il paese, colpito dalla loro giovinezza e dall’assenza di prove concrete di reali
malefici, decise infine di concedere clemenza, ma con un avvertimento severo: se
l’episodio si fosse ripetuto, nulla le avrebbe più salvate da una punizione esemplare.

Una leggenda che, come tante nate sulle rive del Lago Maggiore, mescola
superstizione, paura del diverso e la durezza di un’epoca in cui bastava un sospetto — o la testimonianza di un pescatore insonne — per cambiare per sempre il destino di tre donne.


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