Una notte di marzo del 1287, un tradimento, un decreto che per cinquecento anni vietò a chiunque di abitare su un monte. E una chiesa sopravvissuta con un segreto che nessuno ha ancora sciolto. Cosa è successo?
La festa dell’Annunziata è appena passata. A Castelseprio c’è stata la fiera, gente da fuori, mercanti, pellegrini. Tra loro ci sono anche alcuni uomini arrivati dalla Val d’Ossola, che nessuno guarda con sospetto. Nella notte tra il 28 e il 29 marzo 1287, sono loro ad aprire le porte della roccaforte.
Fuori aspettano le truppe di Ottone Visconti, arcivescovo di Milano. Le guardie del conte Guido di Castiglione vengono sorprese nel sonno o quasi. È una strage, di soldati e di civili. Quando finisce, Castelseprio non esiste più.
La fine di una capitale: cosa è successo a Castelseprio
Per capire cosa andò perduto quella notte bisogna ricordare cosa era Castelseprio. Nato come fortificazione romana, poi centro longobardo e carolingio, capoluogo di una contea che controllava un territorio vastissimo, il Seprio: dal lago di Lugano al Ticino, dal lago Maggiore fino alle porte di Milano. Aveva avuto perfino una zecca.
Nel Duecento, però, Castelseprio era diventata il rifugio dei Della Torre, la famiglia che contendeva ai Visconti il dominio su Milano. Cadere Castelseprio significava chiudere la partita. E Ottone non si limitò a vincere: decise che quel luogo dovesse sparire dalla storia.
Fece radere al suolo ogni edificio militare e civile, risparmiando soltanto le chiese. Poi emanò un decreto: il castrum doveva essere distrutto e restare distrutto per sempre, e nullus audeat vel praesumat in ipso monte habitare, nessuno osi o pretenda di abitare su quel monte.
Un giuramento lungo cinque secoli: la fortuna di Gallarate, cosa c’entra Castelseprio?
Non fu una minaccia simbolica. Il divieto veniva ripetuto sotto forma di giuramento, prima dal capitano e poi dal vicario del Seprio, generazione dopo generazione. Per cinquecento anni nessuno ricostruì. La vegetazione coprì le rovine, mentre la vita si spostava poco più in là, a Vico Seprio, attorno alla chiesa dei Santi Nazaro e Celso.
La condanna fu cancellata solo nel 1786, da un imperatore austriaco, Giuseppe II, che probabilmente di quel monte nel Varesotto sapeva poco o niente.
E c’è un’ultima conseguenza di quella notte, che riguarda da vicino chi legge queste pagine: fu proprio dopo la distruzione di Castelseprio che Gallarate divenne il nuovo capoluogo del Seprio, avviando una stagione di crescita e commerci che sarebbe durata per tutto il dominio visconteo. La fortuna di Gallarate, in un certo senso, nasce da quelle macerie.
Il paradosso finale è che la maledizione di Ottone ha finito per proteggere ciò che voleva cancellare. Proprio perché nessuno vi ha costruito sopra, l’antico insediamento è arrivato fino a noi quasi intatto sotto terra. Oggi è un parco archeologico e, dal 2011, patrimonio Unesco nel sito “Longobardi in Italia”.
Castelseprio: il segreto della chiesa fuori dalle porte
Tra gli edifici risparmiati c’è una piccola chiesa costruita appena fuori dalle mura, e per questo chiamata Santa Maria foris portas. Per secoli è stata un oratorio di campagna come tanti. Poi, nella primavera del 1944, in piena guerra, lo storico e archeologo Gian Piero Bognetti scopre sotto l’intonaco un ciclo di affreschi che lascia senza parole gli studiosi di mezzo mondo.
Raccontano l’infanzia di Cristo attingendo in gran parte ai Vangeli apocrifi, con una naturalezza, una prospettiva e un realismo che non dovrebbero esistere in quei secoli. Sono di mano raffinatissima, di chiara impronta bizantina. Ed è qui che comincia il mistero: nessuno sa chi li abbia dipinti, né chi li abbia commissionati, né perché proprio lì. Sulla data si discute da ottant’anni; oggi gli studiosi propendono per la prima metà del IX secolo, ma la questione non è chiusa.
Le monache che cercano un volto: il Monastero di Torba
A pochi minuti di cammino, nel monastero di Torba, c’è un altro affresco che la gente del posto racconta in modo diverso dagli storici. Mostra otto monache in fila. Tre non hanno il volto.
La leggenda dice che, mentre il pittore lavorava, tre di loro lasciarono il monastero per ragioni mai chiarite, e i loro visi rimasero da completare. Non lo furono mai. Morte senza un’immagine, senza un’identità, le tre monache vagherebbero ancora oggi nei campi di Torba, cercando di rientrare nel dipinto: il giorno in cui ci riusciranno, potranno finalmente salire al cielo.
La spiegazione dei restauratori è più prosaica: l’affresco è molto rovinato e gran parte dell’intonaco è andata perduta, tanto che le monache senza volto potrebbero essere state addirittura sei. Ma forse è proprio questo il filo che lega tutta la storia di Castelseprio: un luogo dove qualcuno ha voluto cancellare, e dove ciò che è stato cancellato continua, ostinatamente, a farsi vedere.





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