Pensavo La città dei vivi non fosse un film per tutti.

Invece, purtroppo, lo è.

È un film che strizza l’occhio alla piacioneria più becera, che non si spinge oltre la superficie, che non gratta la pruriginosa epidermide umana. Soprattutto è un film che non racconta niente.

La città dei vivi è il nuovo film di Edoardo Gabbriellini, tratto dall’omonimo – e imperdibile – romanzo di Nicola Lagioia, giornalista che – nel 2016 – si è occupato fra i primi del Caso Varani.

La pellicola dovrebbe mostrarci il più tremendo degli orrori, così come il romanzo prima di lei ha fatto, pur solo raccontandolo a parole. Eppure, il regista non ha avuto coraggio. O non ne ha avuto abbastanza.

Copertina del libro 'La città dei vivi' di Nicola Lagioia, con un'immagine sfocata di un volto e un fondo rosso.

Ci vuole coraggio a raccontare una delle più brutali aggressioni insensate dei nostri tempi e questo è quello che è mancato. In un’ora e quarantaquattro minuti impariamo a conoscere Luca, ma dallo spioncino della porta, senza immergerci davvero nella sua vita, nella sua testa.

La storia del Caso Varani è complessa: si tratta di tre mondi completamente diversi, che per un fatale scherzo del destino, si trovano – purtroppo – a coincidere in uno solo, giungendo a un epilogo inaspettato, senza senso e completamente fuori da ogni logica terrena.

Il film La città dei vivi non racconta niente di tutto questo. Anzi, ci lascia con più interrogativi che altro:

Chi era Luca? Chi era Manuel? Chi era Marco? Chi erano gli amici? Chi erano i malcapitati che Prato ha adescato e che – per fortuna – non sono finiti nella trappola mortale di quel marzo del 2016?

Sono passati dieci anni dal Caso Varani e La città dei vivi non dice niente di più di quello che oggi le persone ricordano. Ovvero, racconta una storia come un’altra. Un ragazzo come un altro. Un omicidio come un altro.

Ma la vera storia di Luca Varani è tutta un’altra cosa.

Una persona truccata con un trucco teatrale e capelli lunghi, vestita in modo glamour, sorride mentre si avvicina a un giovane che sembra sorpreso o sconcertato.

Nel film di Gabbriellini è mancato il coraggio di raccontare una Roma sconosciuta a molti: quella Roma che ti lascia indietro, se non sei nessuno. La stessa che, a pochi chilometri di distanza, si ammanta di paillettes e luccichii.

È la stessa Roma in cui qualcuno compra cocaina per i suoi salotti da persone che un salotto nemmeno lo hanno.

La città dei vivi non racconta la vera storia di Luca Varani, né quella di Marco Prato, né tantomeno quella di Manuel Foffo. Questi ultimi due, gli aguzzini del tremendo scempio di Via Iginio Giordani, 2. Perché questa storia, quella vera, è un’altra cosa.

È la storia di un ragazzo di ventitré anni, nato a Sarajevo e cresciuto a Roma con la famiglia che lo aveva adottato, che nella notte tra il 4 e il 5 marzo 2016 entra in un appartamento del Collatino e non ne esce più vivo. Dentro ci sono Manuel Foffo e Marco Prato, due trentenni reduci da tre giorni di cocaina e alcol, che lo attirano lì con una scusa e lo torturano per ore, senza un motivo che qualcuno, ancora oggi, sia riuscito a spiegare davvero.

È la storia di una confessione arrivata quasi per caso, di un padre che accompagna il figlio dai Carabinieri. È la storia di un processo che si chiude con trent’anni per Foffo, e di un altro processo che non si aprirà mai, perché Prato si toglie la vita in carcere prima di arrivare in aula.

È la storia di due genitori adottivi che sono impazziti dal dolore. Letteralmente. Che hanno goduto dell’amore e delle attenzioni di un figlio per un tempo limitato. È la storia di un padre che ha ripensato a quando ha incontrato Luca per la prima volta in quell’orfanotrofio e ha avuto un rimorso di coscienza, convinto che – se non lo avesse portato a casa con sé – niente di tutto questo sarebbe successo.

Due uomini stanno parlando all'interno di un negozio colorato, circondati da giocattoli e articoli vari. Uno tiene un giocattolo nella mano.

Ecco il coraggio che è mancato al film La città dei vivi e soprattutto ecco perché questo prodotto avrebbe potuto essere importante. La scelta di partenza era giusta, persino avanguardistica, da un certo punto di vista. Se il libro di Lagioia esplorava le vite dei due assassini, Gabbriellini ribalta la prospettiva e mette al centro la vittima. Il regista stesso parla di un “fuoco stretto, intimo”. Era l’occasione per restituire a Luca quello che la cronaca gli aveva tolto: un volto, una voce, una vita intera e non solo una morte.

Quest’occasione è stata sprecata. Il fuoco sarà anche stretto, ma resta fuori fuoco. Luca non diventa mai una persona: resta una sagoma che attraversa le scene, osservata a distanza, con una delicatezza che finisce per somigliare alla paura. E non è un caso, forse, che i fratelli D’Innocenzo, autori della sceneggiatura, abbiano poi ritirato la loro firma.

Marco Prato e Manuel Foffo non esistono: compaiono per pochi minuti, frammentati. Non si sa chi siano, non si sa perché attirino Luca Varani nell’abitazione di Via Giordani. Non si sa che da giorni sono sotto l’effetto di alcol e droghe. Non si sa niente della loro intricata relazione, non si sa nulla neppure delle loro fantasie di stupro e omicidio. Non si parla nemmeno della caccia all’uomo fatta nelle ore precedenti al massacro, quando in macchina – di notte – cercavano qualcuno da uccidere.

La città dei vivi a questa storia drammatica toglie tutto e la riduce a un film di un’ora e quarantaquattro. Un film, semplicemente. Un film che potrebbe essere di fantasia, o liberamente ispirato alla storia di Luca Varani. Quella vera.

Il risultato è un film che non osa. Non osa entrare nella testa di chi ha ucciso, perché ha scelto di non farlo. Ma non osa neanche entrare davvero nella vita di chi è stato ucciso. Rimane sospeso a metà, in una zona grigia e comoda, dove nessuno si sporca le mani e nessuno, spettatore compreso, è costretto a guardare.

Due persone si divertono in una vasca da bagno piena di schiuma, con una atmosfera giocosa e rilassata.

Il film di Edoardo Gabriellini non racconta la sensazione di tutti quelli che Marco Prato l’hanno conosciuto davvero, che sono stati traumatizzati da lui, che dopo la notizia hanno pianto per aver pensato che sarebbero potuti essere loro. E invece è toccato a qualcun altro. È toccato a Luca.

La città dei vivi non racconta che di notte, a Roma, c’è chi ancora – guidando per quei quartieri – ricorda perfettamente i terribili fatti di marzo 2016. Chi ancora oggi avverte un brivido lungo la schiena, quasi come se Marco Prato e Manuel Foffo fossero ancora presenti, in qualche modo.

La città dei vivi dovrebbe parlare di chi resta. Di chi, dieci anni dopo, quella notte se la porta ancora addosso. Ma per raccontare chi resta bisogna prima avere il coraggio di guardare chi se n’è andato, e come.

Luca Varani meritava questo coraggio. Non l’ha avuto dalla cronaca di allora, e non lo ha avuto nemmeno da questo film.


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