L’omicidio di Lidia Macchi è ancora oggi un cold case italiano: la giovane è stata uccisa il 5 gennaio del 1987 ed è stata trovata due giorni dopo, nella zona boschiva di Cittiglio. L’autopsia ha riportato anche segni di violenza sessuale, ma chi l’ha stuprata e le ha tolto la vita è ancora oggi a piede libero.

Cosa è successo a Lidia Macchi?

Sono passati 39 anni dalla morte di Lidia Macchi, ritrovata cadavere a Sass Pinin, nella provincia di Varese. La ragazza è stata violentata e poi uccisa, abbandonata in un bosco nella zona ferroviaria di Cittiglio. Nonostante le varie piste, però, ancora oggi il colpevole di queste brutalità non è stato affidato alla giustizia.

Stando alle ricostruzioni, il giorno della sua morte, Lidia prese la Fiat Panda dei suoi genitori per andare a far visita a un’amica che si trovava nell’ospedale di Cittiglio. Con lei rimase circa mezz’ora e verso le 20:10 uscì riprendendo la macchina. Il resto, purtroppo, è ancora oggi sconosciuto. L’allarme della sua scomparsa fu dato proprio dalla madre e dal padre che – non vedendola rientrare a casa per l’ora di cena – si spaventarono immediatamente.

Le ricerche iniziarono subito e a partecipare, oltre ovviamente alle Forze dell’Ordine, anche amici e parenti di Lidia Macchi, che venne ritrovata morta il 7 gennaio – due giorni dopo la sua uccisione – in un bosco. Il corpo era vicino all’auto dei genitori e coperto da un cartone. Il medico legale, come accennato, parlò immediatamente di stupro e morte innaturale.

I sospetti

Inizialmente i sospetti ricaddero su Giuseppe Piccolomo, successivamente ritenuti però infondati. L’uomo è l’assassino di Carla Molinari e per questo delitto sta scontando l’ergastolo. Il 5 novembre del 2009, infatti, Piccolomo colpì con 23 coltellate l’anziana signora, pensionata di Cocquio Trevisago.

Nel 2003, invece, sempre lo stesso soggetto fu condannato all’ergastolo in primo grado per l’assassinio di sua moglie Marisa Maldera, trovata carbonizzata all’interno della sua macchina. In quel caso, però, la Corte d’Assise di Milano annullò la sentenza poiché Giuseppe Piccolomo risultava già condannato per questo reato, arrivando a un patteggiamento di un anno e tre mesi, nel 2006, grazie ai suoi avvocati.

Ma perché quest’uomo è stato associato a Lidia Macchi? Gli indizi erano molteplici: innanzi tutto le figlie del presunto assassino erano state minacciate più volte dallo stesso di poter fare la stessa fine della ragazza uccisa e ritrovata nel bosco. Ancora, poi, la casa di Piccolomo distava poche centinaia di metri dal luogo in cui è stato ritrovato il corpo della giovane.

Il cartone con cui fu coperto il cadavere di Lidia era molto simile a quelli che l’uomo utilizzava per contenere i mobili della camera da letto delle sue figlie. E, infine, l’identikit coincideva perfettamente con quello fatto da alcune donne che riferirono di aver subito delle molestie da uno sconosciuto nel parcheggio dell’ospedale di Cittiglio. Nessuna prova, però fu sufficiente per decretare che l’omicida di Lidia Macchi fosse proprio Giuseppe Piccolomo.

Gli imputati

Per il crimine compiuto ai danni di Lidia Macchi, l’unico imputato fu Stefano Binda, amico della ragazza. Il giovane è stato assolto in via definitiva poco dopo poiché ritenuto innocente. Ancora oggi, dunque, la brutale morte della giovane resta un mistero. Chi è stato davvero?


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