L’ultimo luogo libero d’America è un parcheggio.
Di recente ho ri-visto Nomadland. Per me rimane una perla. Nomadland è delicato e duro insieme, perché ti strappa una lacrima pur non essendo un film strappalacrime, intanto che ci spiega la provincia americana, la recessione, il viaggio, la libertà, la solitudine. Ma soprattutto, ci racconta la vera essenza del viaggiare.
Con la presenza della sempre sublime Frances McDorman, Nomadland racconta una parte di America nascosta, abbandonata e sempre in cammino, un’America devastata dalla crisi, dura e selvaggia, in cui mandrie di persone si spostano cercando qualcosa, o scappando da qualcos’altro.
Fra loro c’è Fern, la protagonista del film, una donna che improvvisamente perde tutto: casa, lavoro, marito. Quindi decide che non ha più senso stare ferma, che il luogo in cui è stata felice non esiste più, se l’è divorato il progresso. Trasforma il suo furgoncino in una casa e inizia a girovagare per l’America, facendo lavori qua e là.

Il film porta alla luce la realtà sociale di tutte quelle persone che sembrano fuoriuscite dalla rete della vita. Uomini e donne che si ritrovano tra rocce e praterie, negli interminabili spazi che solo il paesaggio americano riesce a creare.
C’è una battuta, nei primi minuti, che racchiude perfettamente l’anima di Nomadland, e si rifà alle differenze semantiche di house/home in lingua inglese. House è la casa fisica; home quella dove c’è il cuore, i ricordi, accatastati negli angoli della memoria. E Fern lo spiega chiaramente: “I’m not homeless, I’m just houseless” e in un certo senso, lo sono anche gli Stati Uniti.






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