Quell’estate avevo deciso di non andare al mare: volevo fare delle gite in bicicletta, anche perché ero abbastanza squattrinato.

Tra i classici giri, un giorno mi cadde l’occhio sul lago di Mergozzo.
Carino, pensai… avevo trovato anche un bike hotel ma niente, l’app di Unicredit non era d’accordo!
Lo avrei fatto in giornata, ok.

Un’occhiata al meteo, un’occhiata alla strada: due tramezzini, pinne, fucile e occhiali e la gita è programmata.

Pronti via, prendo la solita strada per andare ad Arona, accompagnato da un gruppo di anzianotti. Mi fermo a bere un caffè.
Costeggio tutto il Lago Maggiore fino a Stresa, una foto all’Isola Bella e si riparte, arrivando a Feriolo dove scavalco il Toce: tutto a sinistra e poi dritto verso Mergozzo.

Un giro di perlustrazione del lato nord del lago per vedere dove stendere l’asciugamano e opto per un campeggio.
La sbarra è aperta, nessuno mi ferma: io entro.

Costume, infradito e cerco una pianta dove stendermi.
Mangio i miei tramezzini, faccio due o tre bagnetti tra gli sguardi straniti dei tedeschi e, nel frattempo, penso al ritorno.

Per non fare la stessa strada decido di costeggiare il lago d’Orta. Poi boh, tanto Google Maps la strada la sa. Ma prima un giro in piazza per acquistare le fugascine, un dolce tipico del posto. Ovviamente il negozio era chiuso, quindi un cono tre palline, due foto al famoso olmo, carico le borracce e mi rimetto in marcia.

3, 2, 1: scopro che la gelataia mi aveva venduto dell’acqua frizzante. Quindi, tra un rutto e l’altro e una lavata di faccia, arrivo al lago d’Orta, fermandomi però a San Giulio in un bar a prendere altra acqua, naturale stavolta.

Google Maps non sapeva che ero già quasi stanco e che era un 22 agosto con 40 gradi, e quindi decide di farmi passare da Vacciago/Ronco di Vacciago, dove trovo un bel salitone che parte da un 13,5% e finisce con un 15,4% di pendenza.

Fortunatamente, dopo ogni salita, come dice il grande saggio, c’è anche una discesa. Ed è proprio lì che capii che era il momento di tirare fuori le Haribo.

A Buccione chiudo il lago, passo Gozzano, un’occhiata alla strada e tiro dritto verso Borgomanero. Lo passo, ma il navigatore ha in serbo un altro scherzetto: “da Suno a Oleggio fatti un po’ di sterrato, se no che cacchio l’hai presa a fare la gravel?”

Lì ricordo solo terra, trattori e pannocchie. Ero finito, e con me anche l’acqua.

Arrivo a Tornavento e decido di fermarmi a bere una birra.
Poi ci penso bene e ne prendo un’altra, perché me la sono proprio meritata.

Fu così che il mio primo “viaggione” in solitaria terminò con circa 145 km e 863 metri di dislivello guadagnati:
sporchissimo, stanchissimo e ubriaco.


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