È momento di revival e le piattaforme streaming stanno riproponendo – ovunque – le serie tv del passato. È il turno di The O.C. per i Millennials e i primi Gen Z che
rimpiangono quei tempi. Ma siamo sicuri che ci hanno fatto bene? Secondo me no.
Perché le serie tv tipo The O.C. ci hanno rovinato silenziosamente
Eravamo adolescenti o poco meno; in televisione arrivava lo sfarzo californiano dei
ricconi di Newport. Donne trofeo, imprenditori abbronzatissimi, surfisti come Ken,
ragazze spregiudicate e al contempo pudiche: era The O.C., la nuova era della tv.
All’epoca non ne capivo la portata, anzi, mi sentivo distante da quel mondo patinato e non perché raccontasse le storie di miliardari annoiati, ma perché anzi mostrava un lato lontanissimo dalla vita italiana. E soprattutto da quella di provincia.
The O.C. mostrava un mondo che non aveva niente a che vedere con Top of the
Pops all’ora di pranzo, con le gomme delle Spice Girls e dei Backstreet Boys, con le
giacche fluorescenti, i sandali di Fornarina e le estati al solito lido di Alba Adriatica o Riccione.
La lontananza mi veniva da dentro: come era possibile che ragazzini poco più grandi di me uscissero di notte e di giorno, andassero a feste in alberghi di lusso, partissero all’oscuro dai propri genitori e soprattutto come era possibile che guidassero. Quei liceali non avevano niente a che vedere con me, con noi.
E proprio qui sta il cortocircuito: in The O.C. i liceali erano interpretati da ventenni,
sebbene i personaggi avessero fra i 16 e i 17 anni.
A rivederlo oggi ti senti catapultato in un altro mondo; lo stesso che oggi non esiste
più (e forse è un bene), ma al contempo che non è mai esistito. Non è mai esistito un momento della nostra vita che fosse anche solo lontanamente paragonabile a quello di The O.C.: non abbiamo mai avuto una macchina – costosissima – a 16 anni. Non abbiamo mai detto bugie ai nostri genitori per scappare in Messico (letteralmente). Posso dirvi però quello che abbiamo fatto: ci siamo fatti mangiare il cervello dal modello propinato dalla tv.
La stigmatizzazione della psicoterapia

Oggi forse siamo troppo attenti, ma un tempo non lo eravamo per niente. E di certo
non lo erano i nostri genitori.
Al pari di una caduta in bicicletta, tutte quelle che erano le problematiche relative
alla salute mentale non esistevano. “Non pensarci, ché ti passa” è stata la frase
ricorrente che la nostra generazione ha sentito usare più spesso.
In The O.C. c’è un vaghissimo sentore che ci porta a riflettere, ma viene spazzato via
dall’idea che chiunque vada dallo psicologo sia un matto da legare.
Nella prima stagione della serie tv, Marissa Cooper tenta il suicidio con delle
pasticche, beve senza senso da fiaschette che imbosca nelle Chanel che usa
quotidianamente, scappa di casa e racconta una serie di bugie che diventano
valanghe. E tutto questo con un fare forzatamente isterico che non è solo figlio di
una viziatezza frivola, ma qualcosa di più.
È chiaro che la psicologia del personaggio, seppur blanda, sottolinei una certa
irrequietezza: per questo motivo, sua madre July decide che è arrivato il momento
di mandarla in terapia.
Ma attenzione: se un tempo – molto lontano – questa era una pratica per ricchi che
potevano permettersi di pensare ai propri problemi, al contrario del proletariato che doveva occuparsi di mettere insieme il pranzo con la cena, in The O.C. andare dallo psicologo equivale a essere degli “schizzati”, come poi conferma il personaggio di Oliver, un ragazzo ricco, evidentemente abbandonato dai genitori, che si ossessiona con l’altro sesso fino al punto di trattenerlo in maniera coatta.
Dal momento in cui la psicoterapia fa ingresso nella prima stagione di The O.C., si fa
strada piano piano l’idea che sia qualcosa da temere. Quindi siamo forse cresciuti
credendo che andare dallo psicologo sia qualcosa di cui vergognarsi? La domanda è
retorica.
Oggi invece è quasi di moda.
Non vai dallo psicologo? Scherzi?! E come sopravvivi?!
Perché c’è da dirselo chiaro e tondo: noi Millenials non abbiamo mezze misure. O
tutto o niente. O andare dallo psicologo è da matti o è fichissimo.
Il rapporto con il sesso: leggevamo Cioè, guardavamo The O.C. ma non sapevamo niente

Nella prima stagione di The O.C. il sesso è un protagonista silenzioso: se ne parla, ma non se ne può parlare troppo. Perfino i Cohen, genitori di Seth, affrontano
l’argomento senza affrontarlo.
Dicono che bisogna parlarne apertamente e poi non lo fanno praticamente mai.
Anzi, parlare dei propri figli e dell’eventualità che si avvicinino al sesso, non fa altro che riportarli – costantemente – ai loro problemi di letto.
Le tematiche sono le più disparate: Seth si mette a confronto con Ryan, il primo dei
due ancora vergine, il secondo “navigato”.
Seth non chiede consigli, o almeno, ci prova, ma questi non arrivano.
Ryan – in completo imbarazzo sempre (che fastidio) – non ama rivelare alcunché.
Il sesso quindi è qualcosa che esiste, a cui forse si aspira, ma di cui non si può
parlare. Perché? Non è chiaro.
Marissa sta con Luke da sei anni; lui la tradisce, lei non si sente pronta ad andarci a
letto. Ma la sua migliore amica, Summer, glielo dice chiaro e tondo: il tuo fidanzato
non ti aspetterà in eterno quindi, in qualche modo, devi superare le tue paturnie e
buttarti nel mondo del sesso. Senza se e senza ma.
Come poi in effetti accade. E con risultati disastrosi.
Siamo davvero cresciute pensando di non poter aspettare? Di non dover ascoltare il
nostro corpo, le nostre sensazioni?!
La risposta – anche in questo caso – è sì. E forse è arrivato il momento di farci due domande, oggi che siamo grandi abbastanza da poterci anche dare delle spiegazioni.
Seth e Summer a un certo punto vanno a letto insieme, eppure non è come se lo
aspettavano: per forza, era la loro prima volta! Lei però non glielo dice per non sembrare imbranata.
Dobbiamo dirci altro?! Meglio di no.
L’esposizione dei corpi in The O.C e il linguaggio scurrile

Oggi non si può dire, ma forse prima si poteva dire troppo.
C’è una cosa curiosa in The O.C.: i corpi mostrati sono ancora naturali, non esistono
labbra e nasi rifatti, faccette dentali bianche come il marmo. Sono tutti corpi
magrissimi, tonicissimi, ma naturali.
Fatta eccezione per qualche mastoplastica additiva che – ricordiamo – in passato era retaggio di pochissimi e benestanti, le ragazze sono sbalorditivamente naturali. Ed è proprio qui il punto: quella mastoplastica additiva, quel seno tondo e alto da copertina, era il segno distintivo di chi poteva permetterselo.
La chirurgia estetica non era un rito di passaggio per adolescenti qualunque, era una cosa da star, da mogli di petrolieri, da first lady di Newport. Oggi invece basta un pomeriggio e qualche centinaio di euro per rifarsi le labbra, e infatti a scuola, altro che Newport, le diciottenni italiane sfoggiano le stesse bocche gonfie delle influencer che seguono su TikTok.
Quello che un tempo era un lusso per pochissimi, oggi è diventato un dettaglio qualunque della normalità patinata dei filtri; non serve più essere ricchi,
basta prenotarsi dall’estetista sotto casa.
Anche il trucco lo è; non c’è glam, non c’è qualcosa di volutamente e forzatamente
innaturale.
Quello che invece appare innaturale, oggi, è il linguaggio scurrile e vagamente omofobo. Oggi basta una battuta di troppo, una parola buttata lì con leggerezza tra
amici, per farci scattare un campanello d’allarme che vent’anni fa non esisteva
nemmeno. Non perché fossimo più tolleranti, anzi. Erano espressioni talmente
normalizzate da non venire nemmeno percepite come offensive.
In The O.C. certi insulti passano quasi inosservati, buttati lì come intercalari tra un liceale e l’altro, e nessuno si scompone. Rivederli oggi fa uno strano effetto: da una parte pensiamo “ma come si permettevano”, dall’altra ci rendiamo conto che questa sensibilità che ci fa sobbalzare a ogni parola fuori posto è arrivata dopo, non prima.
Non è che fossimo più cattivi vent’anni fa. È che semplicemente nessuno ci aveva ancora insegnato a fare caso a certe cose. Ed è forse questo il paradosso più interessante: una serie tv che oggi verrebbe travolta dalle polemiche in pochi minuti, all’epoca passava tranquillamente come intrattenimento per famiglie, in prima serata.
Il dramma come unica forma d’amore possibile

The O.C. ci ha insegnato — senza dircelo apertamente — che una relazione, per
essere vera, doveva far male. Marissa e Ryan si lasciano e si riprendono più e più
volte nell’arco della prima stagione; ogni volta con più tossine di prima. Litigi, bugie, ex fidanzati gelosi, incidenti d’auto, feste finite male: senza dramma non c’era storia.
E noi, che guardavamo tutto questo a dodici, tredici, quattordici anni, cosa abbiamo imparato? Che se una relazione è tranquilla, è noiosa. Che se non c’è un colpo di scena a stagione, l’amore non vale la pena di essere raccontato. Abbiamo confuso l’intensità con la salute, il caos con la passione.
Quante di noi, da adulte, si sono ritrovate a giustificare una relazione tossica
dicendo “ma quanto ci amiamo, litighiamo sempre e poi facciamo pace”? La
domanda, di nuovo, è retorica.
E quanti ragazzi, oggi giovani uomini, si sono chiesti se il loro ruolo fosse quello di
trovare una Marissa qualsiasi da salvare. Una ragazzetta isterica e viziata che doveva per forza essere messa al sicuro, senza capire che – al sicuro – ci si sarebbe dovuta mettere da sola prima di distruggere la vita a qualcun altro.
Forse il vero problema di The O.C. non sono i corpi, non è la terapia derisa, non è
nemmeno il sesso raccontato come un obbligo. Il vero problema è che ci ha convinti, generazione dopo generazione, che l’amore senza sofferenza non fosse abbastanza.
E ora che siamo grandi, con qualche seduta di terapia alle spalle e qualche relazione finita male, forse è arrivato il momento di chiederci: quanto di quello che pensiamo sia “normale” in amore viene in realtà da una sceneggiatura scritta a tavolino per tenerci incollati allo schermo per cinque stagioni? Rivedere The O.C. da adulti non serve a recuperare la nostalgia. Serve a smontarla.





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