Somma Lombardo, dicembre 1990. Uno studente di Veterinaria esce per andare dalla fidanzata. Lo ritroveranno nel Lago Maggiore, legato e zavorrato. Trentacinque anni dopo, nessuno ha pagato.

La storia di Gianluca Bertoni

Sono da poco passate le nove della sera del 7 dicembre 1990. Gianluca Bertoni, 22 anni, figlio unico, studente al quarto anno di Veterinaria, saluta i genitori: “Ci vediamo più tardi”. Sale sulla sua Opel Kadett. Deve raggiungere la fidanzata, che abita a poche centinaia di metri.

Non ci arriverà mai.

Il giorno dopo, a Cadrezzate, quattro cacciatori trovano la sua auto bruciata e semisepolta dalla neve. Di Gianluca nessuna traccia per un mese. L’11 gennaio 1991 il custode di un residence di Ranco nota qualcosa che galleggia a un centinaio di metri dalla riva, in località Sasso Cavallazzo. È un sacco della spazzatura, legato a una grossa pietra forata con un trapano. Dentro c’è Gianluca, mani e piedi legati con il nastro adesivo. L’autopsia dirà che è stato ucciso con un solo colpo alla testa, con un cric, un bastone o una pietra, probabilmente poche ore dopo la scomparsa.

Un delitto senza movente: perché Gianluca Bertoni è stato ucciso?

Le modalità sono quelle di un’esecuzione: il corpo incaprettato, la zavorra, l’auto data alle fiamme. Ma nella vita di Gianluca gli investigatori non trovano nulla che possa spiegarla. Niente debiti, niente frequentazioni pericolose, niente segreti. Un bravo ragazzo, appassionato di cavalli, di buona famiglia.

Nel giugno 1991 si presenta dai carabinieri una ragazza di diciannove anni, una ex di Gianluca. Fa un racconto minuzioso, con tanto di schizzi, e accusa due fratelli. Parla di un portafoglio, di una medaglietta, di un appostamento. Ma le sue dichiarazioni cambiano, i riscontri le smentiscono, e nel 1995 la procura chiede l’archiviazione, definendo la testimone in posizione di assoluta non credibilità.

La seconda occasione: dove la giustizia ha fallito

Nel 2007 il procuratore di Varese Maurizio Grigo crea un gruppo di lavoro dedicato ai delitti irrisolti del territorio, e il fascicolo Bertoni finisce in cima alla lista. Sul nastro adesivo che chiudeva il sacco, dopo quasi vent’anni, si isolano impronte e tracce di DNA. Si riprendono le vecchie testimonianze: le auto annotate dai vicini nei giorni della scomparsa, un’Alfa Giulietta, una Golf bianca, una Fiat 127 rossa. Si indaga su un club di Borsano, a Busto Arsizio, frequentato da malavitosi e mai preso in considerazione prima. Undici persone vengono iscritte nel registro degli indagati. Nessun profilo genetico corrisponde.

E poi c’è il dettaglio che trasforma un cold case in uno scandalo. Il sacco, la corda, la pietra usata come zavorra sono stati mandati al macero. Altri reperti sono spariti. Su una barca di legno usata per portare il corpo al largo era stato trovato un coltello a scatto: se ne sono perse le tracce. Oggi, con le tecniche attuali, quegli oggetti avrebbero potuto parlare.

L’archiviazione del Caso Bertoni

Il 5 gennaio 2023 il gip firma l’archiviazione, annotando che il quadro indiziario avrebbe suggerito lo sviluppo tempestivo di ulteriori indagini. Una frase che suona come un’ammissione.

In paese, per anni, è girata una voce: un capofamiglia della malavita locale si sarebbe vantato di indossare il giaccone di montone di Gianluca, sfilato prima di gettare il corpo nel lago. Una voce, appunto, mai diventata prova.

I genitori di Gianluca non si sono arresi. Trentacinque anni dopo chiedono ancora la stessa cosa: un nome.


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