Tra tutti i nomi che ruotano attorno al caso delle Bestie di Satana, quello di Andrea
Ballarin è probabilmente il più instabile: un caso che si è aperto, chiuso, riaperto e
richiuso più volte, senza che la magistratura sia mai arrivata a una verità definitiva. È lui il protagonista di quello che un libro dedicato al caso ha definito, non a caso, “il paradosso Ballarin”.
Chi era Andrea Ballarin? E cosa c’entra con le Bestie di Satana?
Operaio, poco più che ventenne, Andrea Ballarin viene trovato impiccato nella notte tra il 6 e il 7 maggio 1999 nel cortile della sua vecchia scuola a Somma Lombardo, a pochi passi, tra l’altro, da dove viveva Andrea Volpe.
Il luogo del ritrovamento si trova a poche centinaia di metri dalla fossa in cui, un
anno prima, erano stati sepolti Chiara Marino e Fabio Tollis: una fossa che nessuno, in quel momento, aveva ancora scoperto. La Procura, in assenza di elementi che facciano pensare diversamente, archivia il caso come suicidio.
Cinque anni dopo, però, qualcosa si incrina. Nel luglio del 2004 è lo stesso Andrea
Volpe — anni prima di diventare il collaboratore di giustizia che farà crollare l’intera organizzazione — a rimettere in discussione quella versione, attribuendosi la responsabilità dell’omicidio di Ballarin insieme a Nicola Sapone e Paolo Leoni.
Il racconto di Andrea Volpe
Il racconto di Andrea Volpe, nelle varie versioni raccolte negli anni, è dettagliato e
agghiacciante: un vecchio diverbio tra Sapone e Ballarin in un bar di Somma
Lombardo, un’onta che secondo Sapone “doveva essere lavata col sangue”, e la
scelta di simulare un suicidio approfittando della fragilità psicologica della vittima, già nota per episodi di depressione.
Secondo una delle ricostruzioni, il gruppo lo avrebbe atteso nel cortile della vecchia scuola all’una di notte, Sapone lo avrebbe minacciato con un machete e narcotizzato con uno straccio imbevuto di etere, per poi impiccarlo già privo di sensi davanti all’edificio. Un’altra versione, raccolta in tempi diversi, racconta invece di un Ballarin legato e imbavagliato nel bagagliaio di un’auto, portato nei pressi della scuola e gettato oltre le cancellate prima di essere impiccato.
Perché ancora oggi la morte di Andrea Ballarin è sospetta?
Nonostante la confessione, gli investigatori non trovano riscontri oggettivi capaci di trasformare in certezza processuale quel racconto. La Procura di Busto Arsizio, va
detto, non archivia subito la pista: continua a indagare per anni, consapevole che si tratta di uno dei nodi più delicati dell’intera vicenda. Ma il 18 ottobre 2007 arriva il colpo di scena che, almeno sulla carta, chiude la questione: lo stesso Andrea Volpe ammette di essersi inventato tutto. Nessuna sentenza ha mai condannato alcuno per la morte di Andrea Ballarin, che sul piano giudiziario resta, ad oggi, un suicidio.
La versione di Mario Maccione
Eppure il caso non si è mai davvero chiuso nella percezione di chi ha vissuto da
vicino quella storia. Tra le fonti che negli anni hanno continuato a discutere della
vicenda emerge una posizione diversa da quella della ritrattazione di Volpe: è Mario Maccione, ex Bestie di Satana, tra i condannati per gli omicidi di Tollis e Marino, a sostenere ancora oggi che Ballarin sia stato realmente una delle vittime del gruppo.
È esattamente questo il paradosso che dà il nome al caso: una confessione
dettagliata ma ritrattata, un’archiviazione che non ha mai davvero convinto tutti, e un gruppo di persone — vittime, giudici, colpevoli pentiti e non — che a distanza di oltre vent’anni restituiscono ancora versioni diverse della stessa notte.
Andrea Ballarin, che non aveva alcun legame di parentela con Elisabetta Ballarin, altra protagonista della vicenda, resta così sospeso tra le due uniche possibilità che la cronaca nera non riesce quasi mai a tenere insieme: un ragazzo che si è tolto la vita da solo, o un ragazzo che qualcuno ha voluto far credere si fosse tolto la vita da solo.





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