Valmarchirolo: è notte. Un vescovo venuto dal nord ha piantato le tende per riposare prima di riprendere la strada verso Roma e andare a trovare il Papa. Gli abitanti della zona l’hanno avvertito: questi boschi sono infestati dai briganti. Così raddoppia la guardia e affida il compito al nipote, un giovane soldato di nome Gemolo.
Non basterà. Nel cuore della notte alcuni ladri entrano nell’accampamento, portano via il cavallo del vescovo e molti dei suoi beni, poi spariscono nel buio.
Comincia così una delle storie più antiche e più cupe del Varesotto. Un delitto che ha quasi mille anni, che la tradizione ha trasformato in martirio e la devozione in leggenda, ma che, a guardarlo bene, ha tutti gli elementi di un caso di cronaca nera.
L’inseguimento di San Gemolo
Accorgendosi del furto, Gemolo salta a cavallo, sveglia il compagno d’armi Imerio e si lancia con lui all’inseguimento. I due raggiungono i fuggitivi accanto a una sorgente, quella che oggi porta il nome del santo, dove i ladri si erano fermati a riposare e a bere.
Secondo il racconto tramandato, Gemolo smonta e prova a trattare: si presenta, spiega che quei beni appartengono al vescovo e alla Chiesa, chiede di restituirli “per amore di Dio”. Gli si para davanti il più feroce della banda, uno che si fa chiamare il Rosso. Il dialogo che la tradizione riporta è teso, quasi teatrale: il brigante deride la fede del giovane e lo sfida a dire se sarebbe disposto a farsi tagliare la testa per quel Dio che invoca. Gemolo risponde di sì. Il Rosso estrae la spada e lo decapita, mentre i suoi compagni si accaniscono su Imerio.
Imerio riesce a stento a risalire a cavallo e fugge nella notte. Lo ritroveranno morto la mattina dopo, sul sagrato della chiesa di San Michele, alla periferia di Varese. È il quartiere di Bosto, dove ancora oggi è venerato come Sant’Imerio.
Il cavaliere senza testa di Valmachirolo
Da qui in poi la cronaca cede il passo al prodigio. Il corpo di Gemolo, racconta la tradizione, si rialza, raccoglie la propria testa, rimonta a cavallo e galoppa verso l’accampamento. Quando i servitori provano a farlo scendere, il cavallo riparte e si ferma solo su una piccola altura alle pendici del Mondonico. Lì soltanto il vescovo riesce a toglierlo di sella e, vedendo nel prodigio un segno divino, decide di seppellirlo in quel punto.

Su quella tomba, alla fine dell’XI secolo, sorgerà la Badia di Ganna, fondata nel 1095 da tre esponenti dell’alto clero lombardo con la concessione dell’arcivescovo di Milano. Le reliquie del santo riposano ancora sotto l’altare maggiore.
E il paesaggio, intorno, porta i segni della leggenda. I sassi rossi vicino alla fonte, in realtà porfido come tutta la pietra della zona, un tempo venivano raccolti come reliquie, e si racconta che lo stesso Carlo Borromeo ne abbia presi alcuni durante una visita pastorale. Quando fu costruita la cappella, poco distante, si gridò al miracolo per una seconda sorgente, e si diffuse la voce che l’avesse fatta sgorgare la testa del santo cadendo a terra. Sulla parete rivolta alla strada, un mosaico del 1964 lo mostra ancora così: a cavallo, con la testa in mano.
La versione degli assassini
Ma c’è un dettaglio che rende questa storia diversa da tante leggende agiografiche, ed è anche quello più inquietante.
Le fonti antiche non dicono quasi nulla del vescovo: né il nome né la provenienza. Di Gemolo si sa solo il nome e che era il nipote del vescovo. Del suo compagno si sa a malapena dove andò a morire. In compenso, il racconto conosce con precisione il luogo del furto, l’elenco della refurtiva, il numero dei ladri, i loro cognomi, che ne rivelano la provenienza da Uboldo, il soprannome del capo, perfino frammenti del dialogo.
È il ragionamento proposto da chi studia la tradizione del santo: solo i ladri sono sopravvissuti per raccontare. Il racconto del martirio arrivato fino a noi sarebbe quindi quello fatto dagli stessi assassini, almeno fino al momento della decapitazione.
A Uboldo, il paese da cui venivano i briganti, sopravvive da secoli una tradizione orale che prosegue la storia. Gemolo, prima di morire, avrebbe chiesto il perdono per i suoi assassini e invocato la protezione per tutti gli abitanti di Uboldo. Il Rosso, preso dal rimorso, lo avrebbe visto in sogno mentre lo invitava a cambiare vita, e da quel momento avrebbe cominciato a convincere altri briganti a fare lo stesso.
Rimorso autentico, o il modo con cui una comunità ha lavato la propria coscienza collettiva? Probabilmente non lo sapremo mai.
Le domande che restano su San Gemolo
Chi era davvero Gemolo? Gemolo e Imerio erano due persone o una sola? Alcuni studiosi ritengono infatti che possa trattarsi dello stesso uomo. E chi era quel vescovo senza nome, di passaggio in una valle di confine e poi sparito dalla storia?
Restano le pietre rosse, la fonte, una badia millenaria e un paese che da mille anni si porta dietro la memoria di un delitto. Forse è questo il vero miracolo di San Gemolo: aver trasformato un omicidio in mezzo ai boschi in qualcosa che nessuno, in Valganna, ha mai smesso di raccontare.
Crediti fotografici: Phyrexian





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