Emanuele Riboli, 17 anni, è stato rapito e barbaramente ucciso nonostante per lui fosse stato pagato un riscatto. Il giovane è una delle vittime silenziose della Mafia.
Cosa è successo a Emanuele Riboli?
Emanuele Libori – nato a Varese il 3 novembre del 1957 – fa parte di una numerosa famiglia. Mentre la madre rimane a casa con i suoi cinque figli, il padre lavora tanto per non far mancare nulla in casa. Dopo aver lavorato molto tempo come operaio, decide di lanciarsi in un progetto imprenditoriale e insieme a suo
fratello apre una piccola azienda che costruisce cabine per autocarri.
Da subito gli affari iniziano ad andare bene e nasce poco dopo un’azienda identica a Pescara, dove una volta al mese i fratelli riboli si recano per controllare che sia tutto a posto. Emanuele e tutta la sua famiglia abitano a Buguggiate, nei pressi di Varese. Lui è giovane, timido, sportivo e lavoratore: di giorno presta servizio nella carrozzeria del padre e la sera frequenta i corsi serali dell’istituto tecnico industriale.
Una vita come tante, sconvolta da un avvenimento che ancora oggi fa riflettere.
Il rapimento
È il 14 ottobre del 1974, dopo esser stati a scuola, Emanuele Riboli torna a Buguggiate insieme all’amico Giulio, prendendo l’autobus. Una volta scesi, il ragazzo prende la bicicletta parcheggiata nel solito posto e si dirige verso casa. Non arriverà mai.
Passate le 23:00, i genitori del giovane iniziano a preoccuparsi non vedendolo tornare. Iniziano così le ricerche; in strada non c’è, Giulio – chiamato dalla mamma e dal papà del 17enne – conferma di averlo salutato circa un’ora prima.
A quel punto, Luigi e Bianca Riboli decidono di sporgere denuncia alla Polizia e ai Carabinieri. Gli inquirenti, però, non danno peso a quella telefonata e le ricerche partono molto tardi rispetto alla sparizione.
La biciletta di Emanuele viene trovata il giorno dopo a un chilometro dalla villetta della famiglia, nascosta in un cespuglio. Da subito appare chiaro che non si sia trattato di un allontanamento volontario. Ecco che nasce l’ipotesi di un rapimento. Ma perché?
La richiesta di riscatto
Il presentimento è giusto: Emanuele Riboli è stato rapito. Qualche giorno dopo la sua sparizione, i rapitori del giovane chiamano chiedendo un riscatto. Si tratta di un miliardo di lire, per far in modo che il ragazzo torni a casa vivo.
Una cifra iperbolica, pazzesca, una somma che Luigi Riboli non è in grado di procurarsi. Dopo una lettera firmata da Emanuele, in cui il minore dichiara di stare bene e di seguire le indicazioni dei suoi rapitori, questi ultimi chiamano la
famiglia e decidono di ridurre la cifra a 800 milioni. Se il pagamento verrà effettuato, Emanuele potrà tornare a casa.
Immediatamente i genitori del ragazzo decidono di vendere proprietà, ipotecare la casa e l’azienda, chiedono prestiti e cercano di raccogliere più soldi possibili. La somma finale, però, arriva a poco più di 200 milioni.
Una prima tranche viene consegnata al confine fra Lazio e Toscana. Di Emanuele Riboli nemmeno l’ombra. I rapitori sono intenzionati a farlo tornare a casa solo una volta che tutta la cifra verrà pagata. L’ultimo contatto fra i malviventi e la famiglia arriva il 13 dicembre dello stesso anno. Due mesi dopo il rapimento.
Da quel momento cala il silenzio più assoluto.

La svolta
La svolta nel caso arriva nel 1990: Antonio Zagari, uomo della stessa cosca che aveva partecipato al rapimento, si pente e decide di parlare.
Le sue parole: “Quella morte mi colpì, nonostante io all’epoca non mi facessi tanti scrupoli nel commettere altri reati, perché conoscevo il ragazzo, era un ragazzo giovane, anch’io ero giovane, avevo solo 20 anni, e quindi, pur essendo inserito in un particolare ambiente, quel fatto non mi era piaciuto. Quindi, pur continuando a commettere delitti e reati di vario genere, cominciai a nutrire
una certa avversione verso quel tipo di reato”.
Chi è Antonio Zagari e cosa c’entra con Emanuele Riboli
Antonio Zagari era un vicino di casa dei Riboli; suo fratello Enzo faceva spesso gare di moto con Emanuele ed era anche un dipendente dell’azienda del padre. Il rapitore pentito racconterà poi che il sequestro del ragazzo era stato deciso dal loro papà, Giacomo Zagari.
Quest’ultimo capoclan calabrese della n’drangheta.

Come è morto Emanuele Riboli?
Emanuele Riboli è stato ucciso tramite avvelenamento e il suo corpo è stato dato in pasto ai maiali, per farne sparire ogni traccia. Il motivo per cui il ragazzo ha fatto questa fine terribile è un tranello organizzato dai Carabinieri: le FFOO hanno convinto i genitori del giovane a mettere nella valigia solamente uno strato
di soldi e sotto carta straccia insieme a una ricetrasmittente.
Un’auto civetta dei Carabinieri, però, al momento della consegna, urta contro la valigetta con una ruota e la fa cadere giù da una scarpata; i rapitori – andandola a prendere – la trovano aperta scoprendo subito l’inganno. Emanuele, nel frattempo, ha passato giorni chiuso nel bagagliaio di una macchina poiché la
banda di malviventi non ha trovato un covo in cui nasconderlo.
Antonio Zagari racconterà che suo padre, scoprendo il tranello, decise immediatamente di far uccidere Emanuele Riboli e farlo sparire. Gli esecutori materiali sono stati condannati all’ergastolo in primo grado e poi prosciolti per intervenuta prescrizione.
Durante il processo di appello – tenutosi a milano nel 1999 – il Sostituto procuratore Generale, Francesco Maisto, chiederà scusa alla famiglia di Emanuele.
Queste le sue parole: “Telefonai e dissi: io oggi pomeriggio chiederò l’assoluzione per i rapitori di vostro figlio. Volevo chiedervi perdono di questo da parte di tanti che avrebbero dovuto farlo e non l’hanno fatto”.
Durante la requisitoria in Tribunale, poi, disse: “La Giustizia italiana che qui umilmente rappresento deve chiedere scusa ai genitori di Emanuele perché se i criminali che lo sequestrarono saranno assolti e liberati non è colpa del destino. Un’incredibile serie di errori, di superficialità, di omissioni da parte dello Stato ha
permesso che per anni i rapitori di Emanuele Riboli restassero sconosciuti e poi ha fatto in modo che l’accusa contro di loro possa essere cancellata per prescrizione”.






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