“You think you what makes the world turn. But one day you’re gonna wake up and realize that it turns just fine without you”

I film sulle storie di pugili mi hanno sempre lasciato un senso di sconforto. Anche questa è una storia vera: è uno di quei film che ti prende per il colletto e non ti molla, è un viaggio sporco e doloroso dentro una vita segnata da violenze, dipendenze e identità negate, e dal bigottismo che regna nella provincia del West Virginia.

Non esattamente il carnevale di Rio se sei queer, negli anni ottanta, e vuoi fare la pugile.

Christy, con una sorprendente Sydney Sweeney e un Ben Foster disturbante al punto giusto, si presenta come un biopic sportivo sulla pugile americana Christy Martin. Il racconto attraversa gli anni ’90 fino ai primi 2000, seguendo il periodo agonistico della protagonista.

Qui non c’è la classica parabola edificante dell’atleta che arriva in cima. Il film sceglie invece di raccontare il lato oscuro: una caduta lenta, fatta di manipolazione psicologica, botte vere, solitudine e vergogna. Ed è proprio questa scelta a renderlo potente… e difficile da guardare.

Personalmente l’ho trovato respingente in diversi momenti, ma credo sia proprio questo l’obiettivo del film. Il regista, David Michôd, sembra voler colpire lo spettatore senza anestesia, come un diretto al fegato. Non addolcisce nulla, non cerca scorciatoie emotive. Qualcuno potrebbe accusarlo di indulgere nel dolore, ma io ci ho visto più onestà che compiacimento. È cinema che ti mette a disagio, e va bene così.

Perché, sotto tutta questa oscurità, Christy resta una storia di sopravvivenza. Di riscatto. Di una donna che prova a riprendersi la propria voce dopo essere stata schiacciata per anni. Ed è forse questo l’aspetto che mi ha colpito di più.

Un film passato troppo in sordina, che meriterebbe molta più attenzione — soprattutto in un momento storico in cui empatia e consapevolezza sembrano merce rara.


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