GALLARATE – A Gallarate gennaio non è solo il mese dei buoni propositi destinati a durare quanto una dieta dopo l’Epifania. È anche, e soprattutto, il tempo della gioeubia, rito collettivo che torna puntuale come il freddo alle ossa e la voglia di bruciare tutto ciò che non ha funzionato nell’ultimo anno.
Anche nel 2026 la città rinnova l’appuntamento con una delle sue tradizioni popolari più amate, grazie alla Pro Loco cittadina che continua a custodire e rilanciare questo momento di condivisione e memoria collettiva. Come già nelle ultime edizioni, la festa si svolgerà nel quartiere di Arnate, scelta ormai consolidata e diventata parte integrante della “geografia” della gioeubia gallaratese.
📍 Dove e quando
Il cosiddetto “rogo della giubbiana” – così come lo chiama affettuosamente la Pro Loco – è in programma giovedì 29 gennaio, ultimo giovedì del mese, all’oratorio San Giovanni Bosco di Arnate, in via XXII Marzo 44.
La serata inizierà alle 19.15 con la presentazione dell’iniziativa, mentre alle 20.00 si accenderà il momento clou: il rogo vero e proprio.
In caso di maltempo, niente panico né streghe salvate all’ultimo: la manifestazione sarà rinviata a sabato 31 gennaio, mantenendo invariato il programma.
🔥 Fuoco, simboli e risotto
Il cuore della gioeubia resta il falò, rito antico che affonda le radici nella cultura contadina lombarda: si brucia la vecchia stagione per fare spazio a quella nuova, si saluta l’inverno e si prova a lasciarsi alle spalle paure, sfortune e pensieri ingombranti. Una specie di reset collettivo, ma con più fiamme e meno app.
Accanto al rito simbolico, non mancherà il momento conviviale più atteso: risotto e luganiga per tutti, perché a Gallarate l’inverno si scaccia anche con il comfort food. Il richiamo alla leggendaria maxi pentola da Guinness dei Primati del 1998 non è solo nostalgia, ma un pezzo di identità che continua a bollire, metaforicamente e non.
🧙♀️ Ma cos’è davvero la gioeubia?
La gioeubia (o Giöeubia) è una tradizione popolare antichissima, diffusa in gran parte della Lombardia e del Piemonte, con qualche sconfinamento emiliano. Il suo significato è profondamente rituale: nasce per scacciare l’inverno e propiziare la primavera, in un ciclo che unisce stagioni, terra e comunità.
Il fantoccio bruciato nel falò, spesso raffigurato come una vecchia, rappresenta tutto ciò che va eliminato: il freddo, la sfortuna, ma anche le difficoltà accumulate durante l’anno. Dal punto di vista storico-antropologico, le sue origini sono precristiane, legate ai riti di fertilità e al desiderio di un buon raccolto. Il fuoco, elemento centrale, ha una funzione purificatrice e rigeneratrice: brucia il vecchio per fare spazio al nuovo.
Con il tempo, la tradizione cristiana ha intrecciato questi riti pagani con il calendario cattolico di gennaio, dando vita a celebrazioni affini come la passera di Sant’Agnese a Somma Lombardo o il Falò di Sant’Antonio a Varese.
Insomma, la gioeubia non è solo un falò: è un gesto collettivo, un racconto che si ripete, un modo tutto locale di dire che sì, l’inverno prima o poi finisce. E se possiamo aiutarlo con un po’ di fuoco e un piatto di risotto, tanto meglio. 🔥🍚






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