“Be a doer, not a dreamer.”

Emily the Criminal è un crime thriller che si apre con un colloquio di lavoro che è già una dichiarazione d’intenti. Emily (Aubrey Plaza) è alle strette, costretta ad ammettere di aver mentito sul proprio passato. Ma invece di abbassare lo sguardo e incassare l’ennesima umiliazione, reagisce. Ribalta il tavolo, accusa il selezionatore di averla ingannata, smaschera a sua volta un sistema ipocrita che promette opportunità e restituisce solo frustrazione.

In pochi minuti sappiamo già che piega ha preso il film: una donna soffocata da un debito studentesco enorme (good morning, America!) affamata di stabilità, ma che non è disposta a farsi schiacciare da un mondo dove le opportunità ricambiano con le briciole.

Nel film d’esordio di John Patton Ford, Emily è tutt’altro che una vittima passiva degli eventi. È rabbiosa, orgogliosa, impulsiva. In lei ribolle un desiderio di rivalsa che non è solo personale, ma sembra quasi generazionale: la sensazione di essere stati traditi da un sistema che ha promesso futuro e consegnato precarietà. È proprio questa tensione costante a spingerla oltre il limite.

Quando i conti non tornano e le porte legali si chiudono una dopo l’altra, Emily finisce per avvicinarsi a un giro di frodi con carte di credito false. Denaro facile, ma rischio altissimo. Ma soprattutto forse, per la prima volta, la percezione di avere il controllo.

Con l’aiuto di Youcef (Theo Rossi), truffatore gentile e ambiguo, Emily si addentra sempre più in questo sottobosco criminale, scoprendone regole, violenze e gerarchie. Ford costruisce per lei un percorso fatto di continue situazioni al limite, in cui il pericolo non arriva solo dall’illegalità delle sue azioni, ma anche dalle persone con cui è costretta a confrontarsi.

In un ambiente dominato dagli uomini, Emily non smette mai di avere paura, ma sceglie comunque di andare avanti. Non perché sia incosciente, ma perché ha compreso che il mondo “regolare” le offre ancora meno possibilità di sopravvivenza.

Emily potrebbe uscire dal giro in qualsiasi momento. Nessuno la trattiene davvero. Eppure resta. Perché dopo aver assaggiato la disumanizzazione del lavoro precario, l’illegalità le appare come l’unica via rimasta per non scomparire.


Emily the Criminal non giustifica il crimine, ma lo osserva come sintomo. Quando un sistema smette di offrire alternative dignitose, la scelta non è più tra giusto e sbagliato, ma tra soccombere o reagire. E Emily, nel suo modo imperfetto e pericoloso, sceglie di non piegarsi.


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