C’è una storia che circola nei cortili lombardi, di quelli grandi, chiusi, fatti di case affacciate una sull’altra e di stalle che odoravano di fieno. Siamo nella provincia di Varese, in uno di quegli “stalli” dove le famiglie condividevano poco spazio e molte vite.

Si racconta che lì vivesse una famiglia povera. Il padre lavorava il legno: aggiustava sedie, porte, piccoli mobili. Ma quell’anno il lavoro scarseggiava e, per non far mancare il pane ai figli, decise di partire in cerca di fortuna. Quando si partiva, allora, non si sapeva quando si sarebbe tornati. Non c’erano telefoni, solo fiducia e una fede silenziosa.

La madre rimase sola con i bambini. Il cibo era poco e ogni giorno lo divideva con attenzione, spesso fingendo di aver già mangiato per lasciare qualcosa in più ai piccoli. Ma la gente dei cortili, un tempo, sapeva guardarsi intorno. Una alla volta, le donne bussarono alla sua porta: un uovo, un pugno di farina, un po’ di latte, un cucchiaio di miele. Nessuna voleva farsi vedere. Nessuna voleva far vergognare.

Con quello che aveva ricevuto, la madre decise di preparare un dolce per l’Epifania. Non aveva stampi, solo un coltello e alcune sagome di legno intagliate dal marito: piccoli cammelli. Li usò per ritagliare la pasta, uno dopo l’altro, e li condivise con chi l’aveva aiutata.

Quella notte il marito tornò. Qualcuno sussurrò che fossero stati i cammelli a guidarlo nel buio. Nessuno rise: durante le feste, tutto è possibile.

È una favola, certo. Ma i cammelli di pasta sfoglia esistono davvero. Sono una tradizione del Varesotto, preparati il 6 gennaio come dolce augurale. Un modo semplice per ricordare che, a volte, la magia passa ancora dalle mani delle persone.


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