“You think I have a choice? There is no f***ing choice.”

The Covenant è un film di Guy Ritchie che non sembra un film di Guy Ritchie. Dimenticate gangster, montaggi frenetici e battute a raffica: qui si va da tutt’altra parte.

Al centro della storia ci sono il sergente americano John Kinley (Jake Gyllenhaal) e il suo interprete afghano Ahmed (Dar Salim), due uomini che in Afghanistan si ritrovano a collaborare nella ricerca di postazioni talebane. All’inizio tra loro c’è distanza, sospetto, pura necessità. Poi arriva la fiducia, e infine qualcosa di ancora più potente: la riconoscenza.

Il film racconta un legame nato nel luogo più brutale possibile e che non si esaurisce con il rientro dal fronte. Perché il cuore di The Covenant non è la guerra in sé, ma il dopo. È il peso che ci si porta addosso una volta tornati a casa, quando di notte non si dorme perché sai di dovere qualcosa a qualcuno.

Ritchie mette da parte il suo stile scintillante e dirige un’opera più sobria, compatta, quasi dolorosa. Nessuna retorica patriottica, nessuna esaltazione dell’eroe americano: il film punta dritto sul dramma umano, su una promessa fatta a un uomo che ti ha salvato la vita. Quel patto diventa ossessione, missione morale, urgenza personale.

Poi arrivano i titoli di coda. Sullo schermo scorrono le foto di soldati e interpreti reali, e tutto diventa improvvisamente più chiaro e più duro. Per ogni Ahmed che ce l’ha fatta, ce ne sono altri uccisi insieme alle loro famiglie: persone dimenticate, lasciate indietro da un Paese che aveva promesso protezione. Quelle immagini sembrano chiedere conto, ricordarci che la guerra in Afghanistan non è solo materia da giornali, ma vite spezzate.

È per questo che The Covenant funziona: perché non è soltanto un film di guerra ben fatto, realistico e serrato, ma un promemoria. Le parole che definiscono “A Covenant” compaiono anche sullo schermo, spiegando che si tratta di “un legame, un impegno, una promessa”. Una definizione che suona come un rimprovero e, allo stesso tempo, come il ricordo di come, a differenza di John Kinley, l’America abbia deluso i suoi alleati più fedeli.

La missione di Kinley è un approccio romantico e revisionista a un problema che continua ad affliggere l’esercito statunitense, ma non abbastanza la coscienza americana. Kinley non riesce a liberarsi dall’intenso senso di gratitudine verso Ahmed e verso quelli come lui, per l’enormità del loro sacrificio. E si spera che, dopo aver visto The Covenant, nessuno possa farlo.


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