Il film inizia con: “QUELLA CHE VEDRETE È UNA STORIA VERA. I fatti esposti nel film sono accaduti nel 1987 nel Minnesota. Su richiesta dei superstiti, sono stati usati dei nomi fittizi. Per rispettare le vittime tutto il resto è stato fedelmente riportato”
In realtà, i Coen mistificano un po’ i fatti per legare lo spettatore all’esperienza, e in questo c’è da dire che Fargo si trasforma in una storia nera, nerissima, ma raccontata con una leggerezza quasi comica.
Nel bianco infinito del Minnesota del 1987 – sì, quel Minnesota che per gli Americani è paragonabile a ciò per noi il Molise, esiste davvero. Dove campi innevati, con le infinite strade che solo il paesaggio americano può offrire, e un silenzio che sembra congelare anche i pensieri – si muove un mondo dove l’orrore convive con l’assurdo e dove ogni gesto sembra risuonare più forte proprio grazie alla sua immobilità.
Da una parte, Marge Gunderson (Frances McDormand) un’agente di polizia con un sorriso rassicurante ed un pancione che avanza, indaga su una serie di omicidi che sconvolgono una comunità abituata più ai “yeah, sure” che alla violenza; dall’altra, la vicenda di un piccolo venditore di auto, Jerry Lundegaard (William H. Macy), che assolda due malviventi (Carl, Steve Buscemi e Gaear, Peter Stormare) per simulare il rapimento della moglie e chiedere un riscatto al ricchissimo suocero (Harve Presnell).

Fin qui, la trama sarebbe quella di un noir classico. Ma basta avvicinarsi ai dettagli per scoprire che nulla è davvero come dovrebbe essere: l’agente eroica è una donna gentile che ama guardare la TV a letto col marito; il “cattivo” è un incapace buono a nulla; i criminali sembrano usciti da una tragicommedia più che da un piano malavitoso. In Fargo tutto è leggermente storto, inaspettato, illogico – ed è proprio lì che i Coen trovano la loro verità. Insomma, vista da lontano, la storia di Fargo ha uno schema classico, familiare, riconoscibile. Ma più ci avviciniamo e ci soffermiamo sui dettagli e sulle sfumature, e più scopriamo come tutto sia fuori posto, inaspettato e totalmente privo di logica.
Fargo è la dimostrazione di quanto il male a volte sia più pericoloso per la sua stupidità, che per la crudeltà stessa. In Fargo non esistono buoni né cattivi: esistono persone, e per i fratelli Coen questo significa che il ridicolo non ha mai una fine. Il “buono” può essere vigliacco, il pigro inciampare nella fortuna, il cattivo sorprendere per intelligenza, e lo sfigato… diventare, suo malgrado, il protagonista.

In questa comunità di provincia, piatta e distratta, gli eventi si accavallano senza sosta, e lo spettatore — che fin dai primi minuti simpatizza per chi dà il via al disastro — finisce per sperare che la neve non si sciolga mai, così che tutto questo minestrone di personaggi possa continuare a convivere senza troppi danni collaterali.
Fargo dei fratelli Coen merita senza dubbio un posto nella storia del cinema. È il ritratto del male, descritto con un realismo grottesco, in tutta la sua stupidità. “I grew up in Minnesota and everyone is so nice there. It is like Fargo. Everyone’s so chipper and you make friends just grocery shopping. We kill each other with kindness.”








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