“You got a kid? Then you gotta do what’s right for him.”
Questo è uno di quei film che raccontano l’America in tutta la sua crudezza. I protagonisti sono un motociclista affascinante e un po’ alla deriva, un poliziotto incastrato in giochi di potere più grandi di lui e, più tardi, i loro figli.
Nella provincia americana di Derek Cianfrance non si sfugge al proprio destino. L’assunto è chiaro, le colpe dei padri ricadono sui figli: è una storia vecchia come il mondo, che miscela thriller e dramma familiare, la storia di un nucleo di persone corrotte, che macchiano tutto ciò che sta loro intorno. Da loro non si può scappare, fin dalla nascita: non esiste altra scelta che portare avanti il proprio personale peccato originale.

Come un Tuono è un grande e complesso affresco generazionale, diviso in tre atti e diluito in 15 anni di storia. Ad intrecciarsi sono le vite di Luke, un motociclista da circo, che per vivere decide di iniziare a rapinare banche, e Avery, un poliziotto con una ferrea morale, messa quotidianamente alla prova dai colleghi e dalle sue stesse ambizioni politiche, più forti del dovere che gli impone la divisa. I destini dei due protagonisti sono così legati che, tanti anni dopo, porteranno a incontrarsi i rispettivi figli, che stringeranno una poco sincera amicizia, e finiranno per regolare quel vecchio conto non certo aperto da loro.

Il film è una parabola universale di padri e figli, dove i peccati passano di generazione in generazione senza via di scampo, né possibilità di essere espiati: Luke (interpretato da Ryan Gosling) non ha un padre, è stato probabilmente abbandonato o perlomeno è cresciuto senza una figura maschile, e quando si ritrova di fronte un figlio suo, per quanto non voluto, vorrebbe diventare per lui il padre che ha sempre voluto essere; Avery (Bradley Cooper), invece, un padre lo ha, ma è una figura ingombrante più che rassicurante, un politico in vista che lo ha fatto crescere nella sua ombra, così che, quando potrebbe agire in maniera autonoma, o perlomeno seguire una vera coscienza morale, Avery ha sempre con un secondo fine in testa, sempre sotto stretto consiglio paterno.

Il mondo messo in scena da Cianfrance è soffocante, un universo senza via di fuga, senza apparenti lati positivi, senza speranza né aspettativa o ricerca di redenzione. L’occhio del regista pone sempre il focus sulle scelte individuali dei personaggi e sulle scelte razionali, insistendo sul dolore e lasciando da parte il cuore.
Con una struttura narrativa dall’ampio respiro e tanti personaggi importanti a cui dedicare spazio (Eva Mendes, Ray Liotta, Mahershala Ali) il regista sceglie saggiamente di evitare il montaggio alternato della storia, optando giustamente per una narrazione lineare, che va dall’inizio alla fine senza alcun salto temporale, coinvolgendo al massimo lo spettatore. Il risultato è un’esperienza claustrofobica, quasi asfissiante, in cui neanche il passare degli anni pone rimedio alle “vite maledette”, tramandate come una dote sgradita.

Come un Tuono è una specie di noir esistenziale. Il duo Gosling–Cooper funziona alla perfezione: partono da estremi opposti della scala morale di una società alla deriva, ma finiscono per incrociarsi in un nodo di colpe, omissioni e ferite aperte. Padri imperfetti che lasciano ai figli un’eredità tossica, fatta di violenza e scelte sbagliate, dove per trovare un barlume di pace sembra necessario fare male a qualcuno — magari proprio a chi lo merita.
Da questo gioco di luci e ombre orchestrato da Cianfrance, nessuno esce davvero indenne: la ruota gira per tutti, e il marchio delle loro azioni arriva dritto al petto dello spettatore, che si ritrova inevitabilmente coinvolto in questo giro di destini spezzati.







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