È la prima volta che Ryan Murphy gioca sull’onirico e sull’immaginazione, senza tenere fede in maniera letterale alle storie che lo ispirano. L’ultimo capitolo di Monster, la saga che racconta le vite dei più mostruosi serial killer, è una bella serie televisiva, ma certamente distante dalla reale storia di Ed Gein, conosciuto anche come “il macellaio di Plainfield”.
C’è da chiarire innanzi tutto un punto fondamentale: Charlie Hunnam è troppo bello.

Senza voler scomodare gli studi di Cesare Lombroso, un sex symbol simile – per quanto perfettamente calato nel personaggio – richiama subito una certa attrazione, un’intrinseca vicinanza. In poche parole, Charlie Hunnam non è e non può essere Ed Gein, perché la sua prestanza immediatamente si discosta dall’aura malvagia che il protagonista della storia dovrebbe restituire al pubblico.
Nonostante questo l’interpretazione è magistrale ed è impossibile negarlo. Ma perché questa serie televisiva ci serve così tanto?
Monster: La storia di Ed Gein è la nostra storia
Non siamo tutti serial killer, ma in molti siamo Ed Gein. O almeno, lo siamo per come Ryan Murphy ha deciso di raccontarlo: il protagonista dell’ultimo capitolo di Monster è pacato, sobrio, fin troppo succube della vita e di sua madre e inizialmente è tutto meno che un pazzo.
Ed Gein di Ryan Murphy è un fragile che nessuno – o quasi – ha capito e vuole capire.
Nella serie televisiva distribuita da Netflix appaiono chiari dei macro argomenti: il rapporto genitori-figli, in primis, le relazioni sociali e la salute mentale. Tre aspetti fondamentali della vita di ognuno di noi.
Rapporto genitori-figli in Monster: La storia di Ed Gein
Ed Gein, quello vero, è nato e cresciuto in un contesto violento e solitario; spesso insultato e deriso dalla sua stessa famiglia e successivamente dai suoi compagni di classe.

Il ruolo centrale di sua madre ha contribuito a creare il “mostro” che ha inciso fortemente sulla criminologia mondiale, facendo emergere gli aspetti più oscuri e reconditi dell’essere umano. La morte del genitore, infatti, ha sdoganato per sempre l’apertura all’orrore più profondo. Nella seria televisiva di Ryan Murphy è ben sottolineato, fino alla fine, quanto l’approvazione e la stima da parte del nucleo familiare stretto sia alla base del nostro evolvere. Come si evince anche dalla storia – raccontata collateralmente – di Adeline.
Ed Gein vive e muore con il solo obiettivo di compiacere l’austera madre. Probabilmente questo aspetto è oltremodo romanzato nell’ultimo capitolo di Monster, ma gli studi neuro scientifici del tempo e, quelli più recenti, ci dimostrano che un malsano rapporto genitori-figli porta a conseguenze più ampie di ciò che possiamo immaginare.
Le relazioni sociali di Ed Gein
Le relazioni sociali sono la linfa che – troppo spesso – non viene considerata come un vero e proprio sostegno nel quotidiano. Una sana e forte rete di persone unite fa sì che si torni sempre con i piedi per terra.
In Monster – La storia di Ed Gein viene mostrato un lato troppo umano e troppo crudo di questo concetto: il protagonista ci prova sempre, fino alla fine, a inserirsi in un contesto sociale “normale”, ma il risultato è sghembo e altalenante.
Persino Adeline Watkins, amica, amante e quasi sposa di Ed, volta le spalle all’uomo che ha frequentato per vent’anni e che ha sempre considerato “dolce e premuroso”. Quando Plainfield e l’America tutta imbracciano la forca per annientare il mostro, Adeline fa un passo indietro e sale sul carro dei vincitori.
Stesso iter che molto spesso emerge in casi di grandi scandali, come ad esempio – per citarne uno recente – l’intricata storia di Jeffrey Epstein e il coinvolgimento del Principe Andrea Windsor.
La salute mentale come tabù, ieri e oggi
La storia di Ed Gein non è semplicemente la storia di un serial killer necrofilo, bensì uno specchio: sebbene siano passati oltre 50 anni dal suo arresto e dalla scoperta della casa dell’orrore, la salute mentale è ancora un tabù nella società di oggi.

Ryan Murphy racconta la vita di un uomo mediocre, con interessi non condivisi e dei quali non può parlare; un uomo solo e isolato, da sé stesso e dal mondo. Il regista sottolinea spesso come la personalità di Ed sia fragile e astuta al contempo, ma quasi impossibilitata nell’idea di recare dolore agli altri.
Per questo, forse, bisogna leggere l’ultimo capitolo di Monster come una storia che si vuole allontanare dalla reale vita di Gein, quello vero.
Nella serie televisiva targata Netflix ci si identifica e si empatizza con il protagonista fin dal primo minuto. È praticamente impossibile odiarlo e ci si dimentica in fretta dei gesti atroci e impensabili che compie.
Ed Gein appare troppo bello, troppo fragile, troppo vittima.
La malattia mentale e la devianza sono chiari persino al protagonista, tanto da nasconderle e da rendere omaggio – forse in maniera indiretta – al concetto di Ombra di Carl Gustav Jung, che ci indica quanto sia radicato in noi il bisogno di nascondere il nostro vero volto al fine di poter vivere nella comunità che ci circonda.
Ed Gein raccontato da Ryan Murphy si commuove quando arriva la diagnosi di schizofrenia; una fioca luce in fondo al tunnel che lo rende finalmente umano e meritevole di cure, di attenzione e di premura. Quella diagnosi è per lui l’ultimo baluardo di salvezza.
Importante e doveroso, poi, aggiungere un piccolo appunto su quello che è il recupero umano del “mostro”; il protagonista di Monster diventa collaboratore di giustizia e aiuta i federali a stanare i serial killer in giro per l’America in quel periodo, conscio che l’orrore non finirà con la sua morte, ma almeno – per lui – sarà arrivata la tanto agognata libertà.






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